Non siamo mica qui a coccolar le vongole
La citazione del titolo avrebbe dovuto essere non siamo mica qui a pettinar le bambole ma non ho avuto coraggio perche' mi sono imbattuta in questo articolo de La Repubblica del 2021 e ho temuto di venire tacciata di sessismo. (E' ironia la mia)
Peccato. La celeberrima affermazione dell'iconica Jessica Rabbit :
" non sono cattiva è che mi disegnano così"
sarebbe cascata a cecio per illustrare (è ironia la mia) quello che intendo.
Immaginiamo di essere in un mondo più bello dell'attuale dove non si moralizzano i sogni e dove esiste un coniglio fortunato al punto da essere il marito di Jessica.
E' un'immaginazione facile da avere. Ci siete? ok.
Dopo Jessica Rabbitt provate ad immaginare Francesca da Rimini che compare nel Quinto Canto dell'Inferno. Non ho particolari doti di lettura del pensiero ma so che immaginerete qualcosa di simile a questo:
Questa è l'immagine iconica di Francesca e di Paolo che ci ha regalato l'arte illustrativa di Gustave Dore' a metà dell' Ottocento, che si è diffusa capillarmente diventando in qualche modo imprescindibile nell'immaginario collettivo.
Ogni favola è un gioco Che si fa con il tempo Ed è vera soltanto a metà La puoi vivere tutta In un solo momento è una favola, e non è realtà
Ogni favola è un gioco Che finisce se senti Tutti vissero felici e contenti Forse esiste da sempre Non importa l'età Perché è vera soltanto a metàEdoardo Bennato, Ogni favola è un gioco, 1983
Io credo che questa immagine dei due amanti affascinanti e intatti pur nella loro tragicità sia vera soltanto a metà e di fatto molto distante dall'intento che ebbe Dante nel sottoporci la storia di Francesca e Paolo.
Ho diverse ragioni per affermarlo.
Una è che Dante ha immaginato i due nel XIV secolo e condannati all'Inferno per l'eternità. La scultura riprodotta qui sotto databile tra la fine del XII e gli inizi XIII secolo fa parte del Corredo Liturgico della Cattedrale di Gaeta e ci mostra, secondo la mentalità di allora, cosa il peccato genera nell'umano. L'uomo, secondo la mentalità propria di Dante, che sarebbe ancora oggi quella della Chiesa ( e non sono ironica) ha necessità di essere liberato da Cristo. Il peccato paralizza, imprigiona. Come una serpe che ci tiene tra le spire. E quando si finisce all'Inferno i giochi ormai son fatti. Quella disperazione è eterna.
In questo giudizio che non puo' che essere del genio di Dante, resta da comprendere perché nel Quinto Inferno ci introduca Paolo e Francesca come colombe. Con innegabile fascino e tenerezza. Tra il terrore che ci crea l'immagine di Minosse e il ribrezzo che ci fa nascere Ciacco, Dante semplicemente sbaglia o vuole suggerirci qualcosa di molto rilevante? E' legittimo chiederselo. Non è un dato che possiamo lasciare scivolar via senza curiosità di approfondimento.
Dobbiamo darci ragioni di quell'immedesimazione commossa che lo prende e ci prende.
Tutto questo è da ricollocare esattamente nel tempo in cui accade (XIV secolo) non sovrapponendo agli originali significati le pur bellissime immagini ottocentesche e romantiche di Gustave Dore'. Rischiamo acriticamente di perderci il meglio.
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