Per altri versi
Se la poesia si potesse valutare un tanto al chilo come i fagiolini al mercato metterei qui giu' di seguito il discorso di Beatrice e quello di Francesca per confrontarli. Questo farei per invitare a valutare e paragonare tra loro le carature di queste due entrate nel dramma della Commedia e precisamente considerare se e in che modo l'immagine graziosa ma schiva, evanescente di Beatrice, come una piccola luce nella selva che la avvolge minacciosa non debba riprendere spazio confrontandosi con la presenza carnale e propositiva tragicamente imponente di Beatrice. Ripensandoci non rischio nessun merito accademico e come massaia posso ben farlo.
Forse in questa comparazione, scevra dal considerare le inquadrature volute da Gustave Dore' , potremmo ritrovare alcune cose che aveva a cuore e a mente Dante regalandoci Francesca e Beatrice bel V e nel II Inferno.
Proviamo allora a
GUARDARE questi versi
cerchiamo di VEDERE la loro estensione e posizione
Valutiamo le PAROLE scelte da Dante Alighieri
come pennellate di un pittore per evocare a noi questi volti di donna
Movimenti sincroni o invece opposti ?
Intenzioni che uno dei visi svela dell'altro?
Beatrice
"S’i’ ho ben la parola tua intesa",
rispuose del magnanimo quell’ombra,
"l’anima tua è da viltade offesa;
la qual molte fïate l’omo ingombra
sì che d’onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand’ombra.
Da questa tema acciò che tu ti solve,
dirotti perch’io venni e quel ch’io ’ntesi
nel primo punto che di te mi dolve.
Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi.
Lucevan li occhi suoi più che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella:
"O
anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto ’l mondo lontana,
l’amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che vòlt’è per paura;
e temo che non sia già sì smarrito,
ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.
Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c’ ha mestieri al suo campare,
l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata.
I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare.
Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui".
Tacette allora, e poi
comincia’ io:
"O donna di virtù sola per cui
l’umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c’ ha minor li cerchi sui,
tanto m’aggrada il tuo comandamento,
che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.
Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l’ampio loco ove tornar tu ardi".
"Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,
dirotti brievemente", mi rispuose,
"perch’i’ non temo di venir qua entro.
Temer si dee di sole quelle cose
c’ hanno potenza di fare altrui male;
de l’altre no, ché non son paurose.
I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,
che la vostra miseria non mi tange,
né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale.
Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo ’mpedimento ov’io ti mando,
sì che duro giudicio là sù frange.
Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: - Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando -.
Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov’i’ era,
che mi sedea con l’antica Rachele.
Disse: - Beatrice, loda di Dio vera,
ché non soccorri quei che t’amò tanto,
ch’uscì per te de la volgare schiera?
Non odi tu la pieta del suo pianto,
non vedi tu la morte che ’l combatte
su la fiumana ove ’l mar non ha vanto? -.
Al mondo non fur mai persone ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com’io, dopo cotai parole fatte,
venni qua giù del mio beato scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch’onora te e quei ch’udito l’ hanno".
Poscia che m’ebbe ragionato questo,
li occhi lucenti lagrimando volse,
per che mi fece del venir più presto.
E venni a te così com’ella volse:
d’inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar ti tolse.
Dunque: che è perché, perché restai,
perché tanta viltà nel core allette,
perché ardire e franchezza non hai,
poscia che tai tre donne benedette
curan di te ne la corte del cielo,
e ’l mio parlar tanto ben ti promette?".
Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che ’l sol li
’mbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo,
tal mi fec’io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch’i’ cominciai come persona franca:
"Oh pietosa colei che mi
soccorse!
e te cortese ch’ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse!
Tu m’ hai con disiderio il cor
disposto
sì al venir con le parole tue,
ch’i’ son tornato nel primo proposto.
Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
tu duca, tu segnore e tu
maestro".
Così li dissi; e poi che mosso fue,
intrai per lo cammino alto e silvestroV
Francesca
I’ cominciai:
"Poeta, volontieri
parlerei a quei due che
’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser
leggeri".
Ed elli a me: "Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno".
Sì tosto come il vento a
noi li piega,
mossi la voce: "O anime
affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol
niega!".
Quali colombe dal disio
chiamate
con l’ali alzate e ferme
al dolce nido
vegnon per l’aere, dal
voler portate;
cotali uscir de la
schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere
maligno
sì forte fu l’affettüoso
grido
"O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’ hai pietà del nostro mal perverso.
Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.
Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.
Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense".
Queste parole da lor ci fuor porte.
Quand’io intesi
quell’anime offense,
china’ il viso, e tanto
il tenni basso,
fin che ’l poeta mi
disse: "Che pense?".
Quando rispuosi,
cominciai: "Oh lasso,
quanti dolci pensier,
quanto disio
menò costoro al doloroso
passo!".
Poi mi rivolsi a loro e
parla’ io,
e cominciai:
"Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno
tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo d’i
dolci sospiri,
a che e come concedette
amore
che conosceste i dubbiosi
disiri?".
E
quella a me: "Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.
Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante".
Mentre che l'uno spirto
questo disse,
l'altro piangëa; sì che
di pietade
io venni men così com'io
morisse.
E caddi come corpo morto
cade.

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