Per altri versi






Se la poesia si potesse valutare un tanto al chilo come i fagiolini al mercato metterei qui giu' di seguito il discorso di Beatrice e quello di Francesca per confrontarli. Questo  farei per invitare a valutare e paragonare tra loro le carature di queste due entrate nel dramma della Commedia e precisamente considerare se e in che modo l'immagine graziosa ma schiva,  evanescente di Beatrice, come una piccola luce nella selva che la avvolge  minacciosa non debba riprendere spazio confrontandosi con la presenza carnale e propositiva tragicamente imponente di Beatrice. Ripensandoci non rischio nessun merito accademico e come massaia posso ben farlo. 

 Forse in questa  comparazione, scevra dal considerare le inquadrature volute da Gustave Dore' , potremmo ritrovare alcune cose che aveva a cuore e a mente Dante regalandoci Francesca e Beatrice bel V e nel II Inferno.

Proviamo allora a

               GUARDARE       questi versi

                     cerchiamo di VEDERE  la loro estensione e posizione

Valutiamo le PAROLE scelte da Dante Alighieri 

          come  pennellate di un pittore per evocare a noi questi volti di donna

e regalarceli a significare amore, amori, amore

                         Ci sono rimandi?       Parallelismi? 
                     
                                              Richiami? 

                            Movimenti    sincroni o invece   opposti    ?

                Intenzioni che uno dei visi svela dell'altro?



Adesso vi dico la mia. Francesca ha qualcosa a che fare con questo primo avvento di Beatrice. 
Forse dovrei rileggere tutta la Commedia e ripensarci poi. E' come un rimpianto o come un'inaspettata consapevolezza che non avevo. Non ho nessun titolo accademico per affermare questo ma ho un presentimento e Max Pezzali prova a raccontarlo in Ritornerò.     Max che per me ha sempre la sua bella autorevolezza su tutto lo scibile. 




Beatrice


 

 

https://it.wikisource.org/wiki/Divina_Commedia/Inferno/Canto_II#:~:text=%22S%E2%80%99i%E2%80%99%20ho%20ben,alto%20e%20silvestro.

 

 

 

 

 

"S’i’ ho ben la parola tua intesa",

rispuose del magnanimo quell’ombra,

"l’anima tua è da viltade offesa;

 

la qual molte fïate l’omo ingombra

sì che d’onrata impresa lo rivolve,

come falso veder bestia quand’ombra.

 

Da questa tema acciò che tu ti solve,

dirotti perch’io venni e quel ch’io ’ntesi

nel primo punto che di te mi dolve.

 

Io era tra color che son sospesi,

e donna mi chiamò beata e bella,

tal che di comandare io la richiesi.

 

Lucevan li occhi suoi più che la stella;

e cominciommi a dir soave e piana,

con angelica voce, in sua favella:

 

"O anima cortese mantoana,

di cui la fama ancor nel mondo dura,

e durerà quanto ’l mondo lontana,

 

l’amico mio, e non de la ventura,

ne la diserta piaggia è impedito

sì nel cammin, che vòlt’è per paura;

 

e temo che non sia già sì smarrito,

ch’io mi sia tardi al soccorso levata,

per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.

 

Or movi, e con la tua parola ornata

e con ciò c’ ha mestieri al suo campare,

l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata.

 

I’ son Beatrice che ti faccio andare;

vegno del loco ove tornar disio;

amor mi mosse, che mi fa parlare.

 

Quando sarò dinanzi al segnor mio,

di te mi loderò sovente a lui".

Tacette allora, e poi comincia’ io:

 

"O donna di virtù sola per cui

l’umana spezie eccede ogne contento

di quel ciel c’ ha minor li cerchi sui,

 

tanto m’aggrada il tuo comandamento,

che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;

più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.

 

Ma dimmi la cagion che non ti guardi

de lo scender qua giuso in questo centro

de l’ampio loco ove tornar tu ardi".

 

"Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,

dirotti brievemente", mi rispuose,

"perch’i’ non temo di venir qua entro.

 

Temer si dee di sole quelle cose

c’ hanno potenza di fare altrui male;

de l’altre no, ché non son paurose.

 

I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,

che la vostra miseria non mi tange,

né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale.

 

Donna è gentil nel ciel che si compiange

di questo ’mpedimento ov’io ti mando,

sì che duro giudicio là sù frange.

 

Questa chiese Lucia in suo dimando

e disse: - Or ha bisogno il tuo fedele

di te, e io a te lo raccomando -.

 

Lucia, nimica di ciascun crudele,

si mosse, e venne al loco dov’i’ era,

che mi sedea con l’antica Rachele.

 

Disse: - Beatrice, loda di Dio vera,

ché non soccorri quei che t’amò tanto,

ch’uscì per te de la volgare schiera?

 

Non odi tu la pieta del suo pianto,

non vedi tu la morte che ’l combatte

su la fiumana ove ’l mar non ha vanto? -.

 

Al mondo non fur mai persone ratte

a far lor pro o a fuggir lor danno,

com’io, dopo cotai parole fatte,

 

venni qua giù del mio beato scanno,

fidandomi del tuo parlare onesto,

ch’onora te e quei ch’udito l’ hanno".

 

 

Poscia che m’ebbe ragionato questo,

li occhi lucenti lagrimando volse,

per che mi fece del venir più presto.

 

E venni a te così com’ella volse:

d’inanzi a quella fiera ti levai

che del bel monte il corto andar ti tolse.

 

Dunque: che è perché, perché restai,

perché tanta viltà nel core allette,

perché ardire e franchezza non hai,

 

poscia che tai tre donne benedette

curan di te ne la corte del cielo,

e ’l mio parlar tanto ben ti promette?".

 

Quali fioretti dal notturno gelo

chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,

si drizzan tutti aperti in loro stelo,

 

tal mi fec’io di mia virtude stanca,

e tanto buono ardire al cor mi corse,

ch’i’ cominciai come persona franca:

 

"Oh pietosa colei che mi soccorse!

e te cortese ch’ubidisti tosto

a le vere parole che ti porse!

 

Tu m’ hai con disiderio il cor disposto

sì al venir con le parole tue,

ch’i’ son tornato nel primo proposto.

 

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:

tu duca, tu segnore e tu maestro".

Così li dissi; e poi che mosso fue,

 

intrai per lo cammino alto e silvestroV 

Francesca

 

 

https://it.wikisource.org/wiki/Divina_Commedia/Inferno/Canto_V#:~:text=I%E2%80%99%20cominciai%3A%20%22Poeta,corpo%20morto%20cade.

 

 

I’ cominciai: "Poeta, volontieri

parlerei a quei due che ’nsieme vanno,

e paion sì al vento esser leggeri".

 

Ed elli a me: "Vedrai quando saranno

più presso a noi; e tu allor li priega

per quello amor che i mena, ed ei verranno".

 

Sì tosto come il vento a noi li piega,

mossi la voce: "O anime affannate,

venite a noi parlar, s’altri nol niega!".

 

Quali colombe dal disio chiamate

con l’ali alzate e ferme al dolce nido

vegnon per l’aere, dal voler portate;

 

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,

a noi venendo per l’aere maligno

sì forte fu l’affettüoso grido

"O animal grazïoso e benigno

che visitando vai per l’aere perso

noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

 

se fosse amico il re de l’universo,

noi pregheremmo lui de la tua pace,

poi c’ hai pietà del nostro mal perverso.

 

Di quel che udire e che parlar vi piace,

noi udiremo e parleremo a voi,

mentre che ’l vento, come fa, ci tace.

 

Siede la terra dove nata fui

su la marina dove ’l Po discende

per aver pace co’ seguaci sui.

 

Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.

 

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona.

 

Amor condusse noi ad una morte.

Caina attende chi a vita ci spense".

Queste parole da lor ci fuor porte.

 

Quand’io intesi quell’anime offense,

china’ il viso, e tanto il tenni basso,

fin che ’l poeta mi disse: "Che pense?".

 

Quando rispuosi, cominciai: "Oh lasso,

quanti dolci pensier, quanto disio

menò costoro al doloroso passo!".

 

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,

e cominciai: "Francesca, i tuoi martìri

a lagrimar mi fanno tristo e pio.

 

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,

a che e come concedette amore

che conosceste i dubbiosi disiri?".

 

 

E quella a me: "Nessun maggior dolore

che ricordarsi del tempo felice

ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.

 

Ma s’a conoscer la prima radice

del nostro amor tu hai cotanto affetto,

dirò come colui che piange e dice.

 

Noi leggiavamo un giorno per diletto

di Lancialotto come amor lo strinse;

soli eravamo e sanza alcun sospetto.

 

Per più fïate li occhi ci sospinse

quella lettura, e scolorocci il viso;

ma solo un punto fu quel che ci vinse.

 

Quando leggemmo il disïato riso

esser basciato da cotanto amante,

questi, che mai da me non fia diviso,

 

la bocca mi basciò tutto tremante.

Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:

quel giorno più non vi leggemmo avante".

 

Mentre che l'uno spirto questo disse,

l'altro piangëa; sì che di pietade

io venni men così com'io morisse.

 

E caddi come corpo morto cade.

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